Matera-Bisceglie: una (non) partita che racchiude in sé una questione ormai antica

Nato a Bitonto (Bari). Classe 1988. Giornalista professionista. Lavora per Radionorba e Eleven Sports. Vincitore dei premi "Antonio Ghirelli" (2017) e "Tommaso Francavilla" (2018)
05.02.2019 00:00 di Vincenzo Murgolo Twitter:    Vedi letture
Matera-Bisceglie: una (non) partita che racchiude in sé una questione ormai antica

Ci sono tesi che, a furia di essere ripetute, rischiano di annoiare chi legge. Poi però capita che la cronaca renda praticamente inevitabile ritirarle fuori.

Procediamo con ordine. Domenica sera il Bisceglie avrebbe dovuto affrontare il Matera, che ormai da tempo sta vivendo una situazione al limite della disperazione tra guai societari, prima squadra in sciopero con calciatori che hanno ottenuto lo svincolo (tre di loro, Dellino, Bangu e Triarico, si sono accasati proprio al Bisceglie nell'ultima sessione di mercato), sconfitte sonore rimediate schierando i ragazzi della ‘Berretti’ e una partita persa a tavolino contro il Catania senza nemmeno scendere in campo. Venerdì, su alcuni organi di informazione locali, ha iniziato a circolare la notizia che i lucani non si sarebbero presentati in campo nemmeno per la gara con il Bisceglie, ma la sola notizia ufficiale giunta da quel momento è stata la nota del prefetto che annunciava che si sarebbe giocato a porte chiuse. Domenica sera le voci hanno assunto i contorni dell'ufficialità: il Bisceglie si è presentato allo stadio “XXI Settembre-Franco Salerno” e ha effettuato il riconoscimento, ma il Matera no e dopo i canonici 45 minuti di attesa è stata decretata la vittoria a tavolino dei pugliesi. Da più parti quella del Matera viene ormai dipinta come una lenta e straziante agonia e tutto lascia presagire che il finale, per i tifosi del Bue, sarà quello dell'esclusione dal campionato e della sparizione dal calcio professionistico. Le prossime settimane diranno di più in tal senso, ma il punto è ancora una volta un altro.

Ha senso un calcio professionistico così? Da almeno quattro anni, dal “caso Parma” in poi, si sono susseguiti segnali di un calcio professionistico a 102 squadre (20 di A, 22 di B e 60 di C) non più sostenibile. E i fallimenti di questi anni, siano essi avvenuti in estate (Bari e Fidelis Andria, solo per citarne due pugliesi) o a stagione in corso (Modena), con conseguenti modifiche temporanee dei format dei campionati, non possono essere certo derubricati a mera conseguenza di una congiuntura astrale favorevole. Urge una riduzione complessiva degli organici dei tre tornei professionistici, magari prevedendo una stagione transitoria, come fu quella 2003/04, con un sistema di promozioni e retrocessioni che agevoli il passaggio dal vecchio assetto al nuovo. Altrimenti potrebbe non passare molto tempo prima che il dramma sportivo vissuto dai tifosi materani, nei confronti dei quali è doverosa la solidarietà, si sposti ad altre latitudini.

(Una domandina facile facile, per concludere: la frase “Mai più un ‘caso Parma’!”, pronunciata in maniera ferma e categorica nel 2015 dalle istituzioni calcistiche, non la ricordo solo io, vero?)

 

 

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