Nella vita di ognuno di noi e nella storia dei club calcistici ci sono delle date. Un prima e un dopo. Degli spartiacque che inevitabilmente cambiano il corso della storia. Ecco: l’11 giugno è una di quelle che i tifosi del Bari preferirebbero volentieri cancellare dal calendario. Il primo pensiero risale al 2014: l’eliminazione ai playoff contro il Latina, al termine di una folle quanto esaltante cavalcata da club in odore di fallimento ma che per poco non era finito in Serie A. La fine di un’illusione, ma perlomeno c’era grande speranza (poi ovviamente disattesa) per il futuro. Illusioni di grandeur, poi riposte nel cassetto. E poi il pensiero più ovvio, quello che sta pesando in maniera notevole sul presente: l’11 giugno del 2023, quella Serie A persa a 120 secondi dalla fine, quella del gol di Pavoletti (che peraltro lo stesso ha ricordato sui social), quella di una proprietà che da quel momento non è più stata la stessa. E da allora non sono stati più gli stessi neppure i tifosi biancorossi.
Dal toccare il cielo con un dito malgrado il problema societario fosse già in essere, alla multiproprietà che è diventata un’ombra inquietante a suon di investimenti sbagliati, mancata programmazione, incompetenza, provocazioni. Da allora i biancorossi non sono più riusciti a lottare per la promozione ed anzi hanno affrontato due playout perdendone uno, l’ultimo. Che salvo clamorose novità lunedì 16 significherà ritorno in Serie C per la prima volta dal 1983: si è ad un passo dalla storia, ma in negativo. E sarebbe anche la prima volta per una multiproprietà in Italia.
Cosa è andato storto? Tutto, sostanzialmente. Per certi versi la situazione attuale non si prende neppure più di tanto. In assenza di investimenti e visione ambiziosa la retrocessione non è soltanto un incidente di percorso ma anche qualcosa che non si è voluto evitare. E non stupisca nemmeno l’astio dei tifosi: nessuno vorrebbe più i De Laurentiis qui, qualcuno addirittura non disdegnerebbe l’idea di ripartire nuovamente dalle serie inferiori (i regolamenti attuali imporrebbero di partire dall’eccellenza, salvo fusioni o rilevamento titoli sportivi di altre squadre). Questo è il segno di una piazza che ha perso la pazienza e la fiducia nel futuro.
Una piazza, quella di Bari, che ha smarrito anche l’orgoglio di appartenenza: la Juve Stabia ed il suo salvataggio sono state una grande prova di attaccamento alla squadra ed alla città, con le forze imprenditoriali che hanno salvato una situazione che sembrava complessa. Quell’orgoglio che è mancato nel 2018, e che anche questo ha portato alle conseguenze attuali. Con l’imprenditoria barese che purtroppo ha rimarcato la sua assenza.
Le lacrime di Cheddira, il palo di Folorunsho, lo sgomento di Mignani, la pioggia del San Nicola, gli oltre 58mila presenti: si era all’ultima curva e a Bari ancora non lo sapevano. La mesta attualità purtroppo non nasce dal caso.
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