L'epilogo più naturale, anzi meritato. E che rispecchia sostanzialmente la cronaca di un fallimento annunciato: perché fallire la qualificazione ai playoff non può che essere questo. Per Bari, per il Bari. Un verdetto che è arrivato ufficialmente contro il Sudtirol ma attenzione perché la genesi di questo anonimato viene da (non troppo) lontano. Una squadra incapace di fare il salto di qualità al momento opportuno, fragile caratterialmente, capace di gettare alle ortiche grandi opportunità, una condotta societaria e sul mercato fatta di scommesse, incertezze, all'insegna del 'come va, va' o del 'io speriamo che me la cavo'. Mutuando le parole di Longo si può certamente dire che, almeno, il rischio di retrocedere o finire nel baratro non è mai stato tale e che teoricamente questo potrebbe essere visto persino come un passo in avanti rispetto alla scorsa stagione. Ma questo concetto si scontra col fantomatico piano triennale sbandierato nel 2022 dalla società dei De Laurentiis, ma che non ha mai trovato concreta attuazione nei fatti: improvvisazione, negligenza. E anche provocazioni: nelle dichiarazioni, negli atteggiamenti.
Sudtirol (partita d'andata e non solo ora al ritorno), Carrarese (fuori) Cosenza, Cittadella, Modena e Juve Stabia (in casa e fuori): quelle citate sono solo alcune delle pagine più vergognose della stagione. Dove ad essere maturate non sono state soltanto le sconfitte del campo, ma anche quelle sul piano della dignità. I 14 risultati utili consecutivi di inizio stagione? Sono diventati presto un ricordo, una polvere ben nascosta sotto il tappeto. E intrisa di pareggi: ragion per cui qualsiasi paragone con grandi del passato come Conte e Salvemini sono sempre sembrati una via di mezzo tra il ridicolo e l'osceno. Altri Bari, ma soprattutto altri giocatori, altri valori ed altra società. La bella vittoria col Palermo del mese scorso poteva essere uno spartiacque in positivo: è invece diventata una perfida illusione.
Questi mancati playoff sono un fallimento, nel segno della solita mediocrità. Figli di un'assenza di orgoglio di appartenenza, di sposare realmente una causa. Un fallimento anche gli arrivi del mercato di riparazione: Pereiro non ha inciso, Maggiore in parte ma non è bastato. Deludente anche Bonfanti. Molti puntano il dito contro Lasagna per le occasioni sprecate, eppure ha fatto 7 gol migliorando di gran lunga lo score degli ultimi anni: questo bottino di reti lo aveva ottenuto nei precedenti tre campionati. Per quanto sia un 'nome' non è mai stato un bomber. Coli Saco mai decollato, giocatori esperti come Vicari rivelatisi clamorosamente fragili. E le responsabilità sono anche sulla scrivania: i proclami di Magalini, che si diceva certo dei playoff e che parlava di una squadra competitiva. E che mai è stato in grado di fornire analisi credibili e convincenti, malissimo sul piano comunicativo. Ora ne può uscire ridimensionato. Punto di vista che ha fatto a pugni con quello di mister Longo, che ha spesso invitato tutti all'umiltà. Contrasti figli di una mancanza totale di progetto e programmazione. A proposito: quante possibilità concrete ci sono, al momento, di rivederlo ancora in panchina?
In tutto questo la piazza, per la prima volta nell'era De Laurentiis, manifesta la propria disaffezione facendo registrare sempre meno presenze al San Nicola. Dai 58mila della finale playoff contro il Cagliari del 2023 (con affluenza media di 25mila spettatori) agli scarsi 15mila anche meno nella realtà, dando un colpo d'occhi agli spalti): si è dilapidato un grande patrimonio in modo ignobile. Più dello scorso anno l'impressione è poi quella di un'aria pesante. Attorno alla squadra, ma soprattutto attorno alla società. Che senso ha continuare ancora cosi? Quale futuro aspetta questa piazza? Con quali certezze dati i troppi prestiti? Anche se a Bari non si lotta per lo scudetto, si merita rispetto. Ma questa frase, figlia di uno storico striscione, sembra ormai finita nel dimenticatoio. E la Serie A, se tutto andasse bene nel 2026, sarà distante 15 anni.
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