La querelle Bari-multiproprietà si nutre di un’altra stucchevole parentesi. E alimenta dubbi e perplessità di cui (forse) proprio non c’era bisogno. L’ennesima puntata della vicenda è offerta dalle parole prounciate da Antonio Decaro, attualmente europarlamentare PD ma nel 2018 sindaco di Bari e che gesti l’assegnazione del titolo sportivo del club biancorosso. Queste le parole rilasciate ai colleghi di Foggia Tv: “E’ un momento di difficoltà rispetto al fatto che la SSC Bari non fa investimenti particolari per paura di arrivare in Serie A e non sapere a chi vendere alla luce della multiproprietà”. Una frase che, purtroppo, è ricca di contraddizioni e che a parere di chi scrive non corrisponde mica tanto al vero. Forse solo in parte. Le ragioni? Sono molteplici e con un pizzico di buona memoria alcuni passaggi possiamo riesumarli.
Non serve andare troppo lontano col tempo per trovare l’ultimo esempio. Ricordate i giorni successivi alla sfida playoff persa contro il Cagliari? Proprio l’ex primo cittadino, in merito, si era espresso così soltanto ad aprile scorso, in occasione dell’incontro pubblico svoltosi coi tifosi biancorossi: “Ho parlato spesso con i De Laurentiis, anche animatamente. Non hanno mai avuto intenzione di investire sulle infrastrutture perché devono vendere in caso di A. E vi assicuro che chi avrebbe comprato il Bari c’era, avevano venduto, li ho conosciuti il giorno della finale, erano tre imprenditori italiani. Per un fatto di riserbo non posso dire chi sono”. Ecco: questi imprenditori che fine hanno fatto? Davvero ne facevano solo una questione di categoria? Perché da queste frasi si desume il contrario: che l’alternativa fosse pronta. Senza dimenticare Al Sabah o la cordata di Gianni Rivera, su cui lo stesso sindaco avrebbe cercato di far avviare contatti con la società ora presieduta dai De Laurentiis.
Prendiamo atto del fatto che società come Monza abbiano cambiato proprietà, pur essendo all’ombra di Milano e di altri centri lombardi come Como o Bergamo. E senza avere una storia come quella di Bari. La maledizione che affligge il club biancorosso di fatto abbraccia l’intero secolo a cominciare dall’addio dei Matarrese in poi. Di certo pensare di valutare un club in B senza centro sportivo o con giocatori senza particolare valore economico più di venti milioni di euro appare senza dubbio un azzardo e, qualora venissero su talenti particolari, a poterne giovare sarebbe il Napoli o chi per i partenopei. La riprova è in calciatori come Folorunsho, Caprile, Cheddira ed anche il baby Turi. Carta canta, piaccia o no.
Quanti agli imprenditori, i cosiddetti "ricchi scemi” non esistono più da tempo. Finché perdurerà la situazione multiproprietà sarà sempre il compratore ad avere il coltello dalla parte del manico. Non è una questione di mancato appeal ma di logica. Perché mai dovrei acquistare un bene sovrapprezzo quando so già che, temporeggiando quanto più possibile, posso averlo a prezzo ridotto alla fine dei giochi? L’esempio più grande? La Salernitana dopo la promozione in A. Lotito la valutava 60, è stata venduta a 10 milioni e nell’ultimo giorno disponibile malgrado il trustee. Un valore ridotto troppo drasticamente. Salvo sorprese è difficile che il Bari possa avere una sorte diversa: il passato insegna e bisogna avere il coraggio di affrontarlo ed interpretarlo. È anche e soprattutto - ripetiamo - una questione di logica. Non c'è ragionevole motivo per pensare ad un epilogo che non sia simile allo stato attuale.
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