C’è chi il calcio lo sogna da bambino rincorrendo un pallone e chi, quel sogno, impara a decifrarlo attraverso una prospettiva diversa: studiando i dettagli, analizzando i numeri, cogliendo l'attimo in cui la passione si trasforma in metodo. A 34 anni, Luca Granaldi vive dentro una favola moderna. Tarantino doc, oggi lavora a La Coruña come First Team Football Scout & Academy Operations Coordinator del Real Club Deportivo, un colosso storico del calcio spagnolo tornato finalmente a respirare l'aria della Liga. Un traguardo straordinario per chi non ha un passato da calciatore professionista alle spalle, ma ha costruito la propria strada passo dopo passo, combinando una preparazione d'élite a un’instancabile etica del lavoro. In esclusiva ai nostri microfoni di Tuttocalciopuglia, Luca ci ha aperto le porte del suo mondo: dal cambio di rotta universitario al master con il Real Madrid, fino all'impatto con il calcio iberico, i segreti dello spogliatoio galiziano e il cordone ombelicale con la sua terra d'origine.
La svolta: dall’ingegneria al sogno Real Madrid
Il suo percorso affonda le radici in una famiglia di sportivi: entrambi i genitori insegnanti di educazione fisica, un passato giovanile a spicchi con il basket e poi quella scintilla irrefrenabile per il pallone. Una passione coltivata anche attraverso la dimensione ludica, tra le aste del fantacalcio e i giorni passati a scovare talenti su Football Manager. Ma il destino di Luca sembrava inizialmente proiettato altrove: “Ero a Bologna a fare ingegneria gestionale. Avevo iniziato un po’ così, perché con la matematica ci sapevo fare e mi sembrava una scelta comoda. Poi ho capito che quello che volevo veramente era vivere dentro lo sport”.
Da lì la sterzata: la laurea magistrale in Sport Management al Foro Italico di Roma, una tesi incentrata sul Fair Play Finanziario e le prime esperienze sul campo. Un banco di prova formativo e caotico nella Lega Nazionale Dilettanti a Roma, la parentesi da mental coach per la squadra dell'università e, infine, il grande salto: il prestigioso Master presso la Scuola Universitaria del Real Madrid. “Un’esperienza che mi ha cambiato la vita”, racconta Luca con voce limpida. “Non solo per i viaggi e le strutture incredibili che abbiamo visitato, come a New York tra il MetLife Stadium e il Madison Square Garden visti da una prospettiva di puro business d’élite. La vera forza sono state le persone: compagni di corso da tutto il mondo che oggi sono professionisti affermati. Quel contesto mi ha dato la spinta definitiva a credere che entrare nel calcio professionistico fosse possibile”.
Dalla tecnologia al campo: l’arrivo al Deportivo
Prima della chiamata galiziana, Luca consolida il proprio bagaglio tra Italia e Spagna: lavora a Milano per Golee, piattaforma di riferimento per la digitalizzazione delle società sportive, gestendo progetti e interfacciandosi con centinaia di club e federazioni, per poi passare all'azienda tecnologica svedese Evolution a Madrid. Esperienze apparentemente distanti dal campo, ma che gli forniscono una visione a trecentosessanta gradi della macchina calcistica. Poi, l’occasione della vita: “Sono sempre rimasto in contatto con persone conosciute durante il master e collaboravo già informalmente scambiando opinioni e report sui giocatori, soprattutto della Serie A. Quando al Deportivo si è aperta la possibilità di inserire una figura che potesse fare scouting per la prima squadra e per il Fabril (la squadra satellite che milita in Primera Federación, ndr), coordinando al tempo stesso la logistica e le trasferte della cantera, mi hanno chiamato. È stata una coincidenza fortunata, ma come si dice: la fortuna è quando l’opportunità incontra la preparazione”.
Oggi Luca fa parte di un'équipe di scouting agile e moderna guidata dal capo scout Juanjo Expósito, sotto la supervisione del direttore sportivo Fernando Soriano: “Siamo dieci osservatori in giro per la Spagna. Tra noi c’è un canale WhatsApp sempre attivo, ci confrontiamo ogni giorno e facciamo riunioni continue. Essere a contatto con professionisti di questo livello mi permette di imparare continuamente. A 34 anni, e senza un passato da ex calciatore, so bene quanto sia speciale trovarsi in una dirigenza di Liga”.
La favola galiziana, Aubameyang e il fattore umano
La Coruña è una piazza dal cuore caldo, intrisa di una memoria gloriosa che riporta subito alla mente le magie di Bebeto, Rivaldo e le notti europee degli anni Novanta. Dopo la risalita dagli inferi della terza serie e una cavalcata trionfale in Segunda División, il club sta affrontando la massima serie con un progetto sostenibile ma coraggioso. Un mercato estivo frizzante, culminato con l’innesto di giovani talenti e leader internazionali del calibro di Pierre-Emerick Aubameyang.
“Quando in estate ho aperto il file e ho visto che dovevo redigere il report su Aubameyang mi sono detto: ‘E io che ci scrivo a uno così?’”, confida Luca con un sorriso sincero. “Sul piano tecnico parla la sua carriera, fa un altro sport. Mi sono concentrato allora sugli aspetti comportamentali e psicologici, andando a studiare il suo vissuto, le dichiarazioni degli ex compagni, il modo di porsi. Si è rivelato esattamente ciò che speravamo: una persona solare, umile, positiva. Nello spogliatoio è un punto di riferimento per i compagni. Molti da noi dicono che è addirittura meglio come uomo che come calciatore”.
E proprio la valutazione della componente umana rappresenta uno dei capisaldi del metodo Dépor: “Prima di affondare il colpo su un profilo, andiamo a fondo sul lato personale: facciamo giri di chiamate con ex tecnici, compagni, contatti fidati, osserviamo persino come si muove sui social. Il talento da solo non basta se non hai l'attitudine giusta per reggere la pressione”. Un club che guarda al futuro anche attraverso le strutture: “Si sta ultimando il nuovo Dépor Training Center, un investimento da circa 50 milioni di euro che diventerà uno dei centri sportivi più all'avanguardia di tutta Europa. Quando presenti a un ragazzo la possibilità di crescere in un contesto simile, l'appeal del club cresce a dismisura”.
Il modello cantera: identità, seconde squadre e cultura
Uno dei pilastri societari voluti dal CEO Massimo Benassi si ispira direttamente alla filosofia della Real Sociedad: comporre la rosa della prima squadra con almeno il 25% di calciatori provenienti dal vivaio e un complessivo 50% di elementi under 26. Una sfida ambiziosa che incide direttamente sul lavoro quotidiano di Granaldi: “Il Deportivo Fabril e tutto il nostro settore giovanile hanno una priorità assoluta. Seguiamo con cura maniacale i ragazzi locali, l’identità galiziana per noi è sacra”.
Un legame identitario celebrato anche da una tradizione speciale del club: “Nel nostro museo abbiamo una giacca sportiva personalizzata. Viene consegnata esclusivamente a quei ragazzi che, partiti dal settore giovanile, riescono a essere iscritti ufficialmente nella rosa della prima squadra. Si può esordire tra i grandi anche restando aggregati dal Fabril, ma quella giacca la riceve solo chi ottiene la 'ficha', diventando a tutti gli effetti un giocatore della prima squadra. Finora l’hanno indossata solo in sei. È il simbolo tangibile di un traguardo raggiunto, ma soprattutto della nostra missione”.
Un approccio che evidenzia una distanza strutturale con il movimento italiano. Di fronte a un dato oggettivo – in Spagna e in Italia c'è una percentuale simile di calciatori nazionali, ma in Liga i giovani giocano il doppio dei minuti – la spiegazione di Granaldi va al cuore del problema: “È una questione culturale e di sistema. Qui si dà molta più possibilità al giovane di misurarsi nelle serie inferiori, e non in maniera obbligatoria come accade da noi in Serie C con le regole sugli under. Il segreto sono le squadre B: in Spagna ce ne sono tantissime, e club come Villarreal, Real Madrid o Barcellona hanno persino la squadra C. Queste formazioni giocano in campionati professionistici veri, affrontando avversari esperti che calcano quei campi da una vita. Questa gavetta forma la testa e il fisico dei ragazzi, permettendo al club di spostarli e valutarli nel calcio vero. In Italia, purtroppo, il modello delle seconde squadre è ancora agli albori e manca quel livello di infrastrutture e attenzione alla cantera che qui è la normalità”.
La nostalgia di casa e il futuro
Nonostante l’integrazione perfetta nella vita e nel calcio iberico, il richiamo delle radici resta una costante: “La cosa che mi manca di più dell'Italia è Taranto”, ammette Luca senza esitazione. “Vivere lontano da casa da quindici anni ti porta a soffrire il distacco. La nostra è una piazza passionale, viscerale, che vive il pallone con una pressione enorme. Spero davvero che i nuovi impianti sportivi realizzati per i Giochi del Mediterraneo e il nuovo stadio possano fare da traino per rivedere il Taranto nelle categorie che merita. Spesso nel calcio ci si sofferma solo sul pallone che entra o esce, ma i risultati sportivi sono quasi sempre la diretta conseguenza dell'organizzazione societaria che sta dietro le quinte”.
E guardando avanti, gli obiettivi di Luca Granaldi restano ben saldi a terra: “Oggi il mio sogno è aiutare il Dépor a consolidarsi in Liga e, un passo alla volta, riportarlo dove merita di stare: tra le grandi di Spagna e in Europa. A livello personale? Sono appena arrivato e sento di essere in una fase di apprendimento continuo. Voglio crescere, perfezionarmi ogni giorno e dare il massimo. Poi, un giorno, chissà: mi piacerebbe poter riportare in Italia tutto il bagaglio di competenze che sto maturando all'estero”.
Il futuro è un orizzonte ancora da scrivere, ma a La Coruña c’è un pezzo di Puglia che osserva, studia e costruisce il calcio che verrà. Con la fame del primo giorno e la consapevolezza di chi sa che il duro lavoro, alla fine, paga sempre.
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