La salvezza conquistata dal Lecce all’ultima giornata ha il sapore della liberazione per Eusebio Di Francesco. Non soltanto per il traguardo sportivo raggiunto, ma anche per un percorso personale e professionale che il tecnico giallorosso ha voluto raccontare in una lunga intervista ai microfono del Corriere dello Sport, ripercorrendo emozioni, difficoltà e riflessioni sul calcio italiano.
Di Francesco: “Sono un uomo felice”
Dopo la notte decisiva contro il Sassuolo, Di Francesco si è presentato stremato ma profondamente soddisfatto. “Sai perché sono felice? Perché io credo al ruolo sociale che abbiamo noi che facciamo calcio. Io mi sento un potenziale tramite di gioia. Attraverso una vittoria un popolo gioisce. Ecco, io vedo la gente felice e sono felice per questo. Il risultato è uno strumento e la felicità che scatena va oltre, si riverbera sulla vita magari. Poi la mia situazione personale anche conta: questo è certamente anche il mio riscatto, ne avevo bisogno. L’obiettivo: lo abbiamo raggiunto, lo ho raggiunto”. Parole che raccontano quanto questa permanenza in Serie A abbia rappresentato anche una rivincita personale dopo le ultime stagioni complicate.
Il peso delle retrocessioni e la voglia di ripartire
Il tecnico ha affrontato anche il tema delle retrocessioni vissute in passato, spiegando come il calcio spesso sappia essere spietato. “Mica mi piango addosso, è il calcio. Incappi in due stagioni no e rimettersi in piedi non te lo consentono sempre. Ti faccio un esempio che può essere emblematico, guarda Kompany: retrocede dalla Premier e poi vince la Bundesliga. Per dire che il calcio non sempre premia valori e lavoro, è così che va”.
E ancora: “Benissimo, magari anche vero: e su questo aggiungo che io sono molto severo con me stesso per cui guardo sempre prima alle mie responsabilità che devono esserci state. Ma dammi retta, restano due retrocessioni e il calcio è spietato. C’era proprio la cantilena “non c’è due senza tre”. L’abbiamo sfatata”.
Il rapporto con il Lecce e la fiducia della società
Di Francesco ha poi sottolineato l’importanza della fiducia ricevuta dal club salentino, ringraziando apertamente la dirigenza. “Io sono molto grato al presidente. E dico che poi a me piacciono certe situazioni per cui mi ci butto e basta, mettermi in discussione è qualcosa che non mi pesa e credo che la mia carriera lo dimostri. Così ho fatto. Una cosa volevo capire: che ci fosse condivisione. Così era e così è stato. Sono venuto a Lecce per arrivare ad un risultato importante per la società e anche per me. E devo dire che da quando sono stato scelto dal direttore Corvino, con lui e con Trinchera ci sono stati un dialogo e una condivisione costante. Questo aiuta”. Fondamentale anche il rapporto creato con il gruppo squadra: “Ramadani è uno dei ragazzi più positivi di questa stagione. Con Falcone, Gaspar fino a che c’è stato, Coulibaly, sono ragazzi cresciuti e che a me hanno dato tanto all’interno della dinamica di gruppo”.
Le difficoltà della stagione
L’allenatore ha raccontato anche i problemi affrontati durante l’anno, soprattutto legati agli infortuni. “Diciamoci pure che ho perso Camarda per quattro mesi, Sottil per diverso tempo, Berisha che in mezzo doveva farmi la differenza in termini di qualità. Per il Lecce sono perdite importantissime”. E proprio da quelle difficoltà è nata la necessità di cambiare qualcosa: “In certe circostanze ho cercato di cambiare, ci siamo messi a cinque, sempre per il bene del Lecce e pensando alla soluzione funzionale all’obiettivo. Perché abbiamo avuto sempre in testa l’obiettivo. Io sono venuto qui e la società è stata chiara dicendomi: mister, ci dobbiamo salvare all’ultima giornata”. Secondo Di Francesco, il momento della svolta è stato chiaro: “Il modo quotidiano di allenarsi, quello di stare in campo. E come partita simbolo la vittoria a Cagliari: lì ho sentito di aver trovato l’equilibrio giusto”.
Il futuro e il calcio italiano
Sul futuro il tecnico non si sbilancia, ma apre al dialogo con il club: “Discorso logico, confrontarsi sui programmi è la cosa più giusta da fare, più seria da fare. Io non vedo allenatori in giro con 3, 5 anni di contratto sono pochi. Blindare un allenatore significa anche fare una programmazione seria. Io adesso ho voglia di parlare con il presidente e i dirigenti. Tanta voglia. Credo avverrà presto”. Infine una riflessione sul momento del calcio italiano e sul tema commissario tecnico: “Per me Guardiola è con Sacchi uno che ha cambiato il calcio e lo considero un grande. Ma sono d’accordo, l’Italia deve esprimere un ct in casa e la soluzione della crisi è altrove. Ritroviamo situazioni di socialità che facciano praticare il calcio ai nostri giovani, creiamo centri federali territoriali magari, questo sì. Ma dentro mettiamoci gente qualificata”. E sulla sua esperienza alla Roma: “Quel 3-0 con il Barcellona è qualcosa di cui vado orgoglioso e tutti i romanisti me lo ricordano ogni volta che mi fermano. Che poi dopo quel risultato siano arrivate per me un bel po’ di difficoltà io lo so. Ma te l’ho detto che ho autocritica spiccata. Dove ho sbagliato ho cercato di migliorarmi. Ed eccomi qua”.
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