Dispiace vedere una squadra, al quinto anno consecutivo in Serie A, incapace di sentire la responsabilità e, allo stesso tempo, l’orgoglio di stare in campo e difendere i colori di una terra magica. La partita del Lecce contro il Cagliari è quasi impossibile da commentare sotto il profilo tecnico-tattico. La formazione allenata da mister Di Francesco è mancata soprattutto con la testa.
Da una squadra che lotta per non retrocedere non ci si aspetta calcio champagne o tecnica sopraffina. C’è, però, un elemento che non può mai mancare: la garra, la volontà di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Non si tratta di preparazione atletica, perché impegno, corsa e partecipazione mentale sono elementi visibili a occhio nudo. In questi anni, i giallorossi hanno potuto contare sulla ferocia agonistica di Ramadani: giocatore tecnicamente mediocre, ma mentalmente fortissimo, un fuoriclasse per una squadra di provincia.
Ecco perché il Lecce non può prescindere dai valori del sacrificio e della corsa, possibilmente più dell’avversario. Se a questo aggiungiamo un lavoro che sembra aver attraversato un ponte fatto di negatività rispetto alla passata stagione, la frittata è fatta.
La squadra di mister Di Francesco, nonostante l’arrivo di un nuovo palleggiatore a centrocampo dalla tecnica sopraffina come Ilicic, continua a seguire gli stessi sbocchi dello scorso anno: giro palla tra i centrali difensivi, pallone al terzino e lancio lungo e verticale per l’esterno. Un modo di gestire il possesso che non sta portando i risultati sperati. Perché, esattamente come accadeva nella passata stagione, il pallone viene riconsegnato troppo facilmente all’avversario. E, considerando gli acquisti effettuati in estate, ci si aspettava un coinvolgimento decisamente maggiore dei nuovi arrivati.
Un ulteriore problema riguarda l’approccio alla partita. È il fil rouge delle quattro gare ufficiali disputate finora: Palermo, Venezia, Roma e Cagliari. I primi minuti dovrebbero servire a prendere le misure, a entrare subito dentro la partita e a far capire all’avversario quanto si è pronti a combattere. Il Lecce ha sbagliato tutti e quattro gli approcci.
Da cosa emerge? Dalla perdita dei duelli, dall’incapacità di accorciare, dall’assenza della corsa necessaria per il raddoppio e, soprattutto, da una certa paura che sembra trasparire dagli occhi dei giocatori.
È un problema mentale della squadra? Ci sta mettendo del suo anche il mister? Soprattutto dopo alcune scelte apparse incomprensibili nella gara interna contro la Roma? Qualunque sia la risposta, il Lecce deve crescere e deve farlo immediatamente.
Domenica, al Via del Mare, ci sarà un altro scontro diretto. E i punti iniziano a pesare, soprattutto quando non vengono conquistati attraverso quella determinazione, quella corsa e quella fame che una squadra chiamata a salvarsi non può permettersi di smarrire.
Autore: Stefano Sozzo / Twitter: @stesozzo
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