Ci piace pensare che, da qualche parte, Sandro Mazzola abbia finalmente ritrovato suo padre.

Aveva appena sei anni quando Valentino scomparve nella tragedia aerea di Superga. Troppo pochi per conoscere davvero un padre, abbastanza per trascorrere tutto il resto della vita inseguendone il ricordo. Sandro diventò a sua volta un gigante del calcio, la bandiera della Grande Inter, campione d’Europa con l’Italia, uno dei più grandi calciatori italiani di sempre. Eppure quel cognome continuò inevitabilmente a portarsi dietro un’altra storia: quella di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino.

Oggi che anche Sandro se n’è andato, c’è una piccola storia che da Foggia sembra quasi chiedere di essere raccontata ancora una volta. Perché Valentino Mazzola, pochi giorni prima di morire, salvò involontariamente la vita a un ragazzo foggiano.

Si chiamava Berardino Carrabba, per tutti Dino. Allora aveva diciannove anni. Era una mezzala elegante e velocissima, cresciuta nel vivaio del Foggia e poi nell’Incedit, la squadra della Cartiera. Nel luglio del 1948 il Torino lo aveva notato e chiamato per un provino. Dino partì da Foggia - racconta il giornalista foggiano Francesco Ippolito - insieme al suo allenatore Vincenzo Marsico e arrivò nel luogo che, per un giovane calciatore dell’epoca, doveva sembrare qualcosa di molto simile al paradiso: il campo di allenamento dei campioni d’Italia. "C'è solo da rammaricarsi che il Foggia non lo annoveri tra i suoi ranghi" scrisse il Corriere di Foggia, dopo il suo passaggio tra le file granata.

Il provino andò bene. Carrabba entrò nel mondo granata e nella primavera del 1949 arrivò la chiamata che poteva cambiargli la carriera. Il Torino doveva volare a Lisbona per affrontare il Benfica, nell’amichevole organizzata in onore di Francisco Ferreira. Per Dino poteva essere l’occasione di giocare con i grandi.

E qui il destino si infilò dentro uno scherzo: durante uno degli ultimi allenamenti prima della partenza, Valentino Mazzola prese una pompa dell’acqua e bagnò il giovane Carrabba. Una goliardata da spogliatoio, una di quelle cose destinate normalmente a essere dimenticate qualche ora più tardi.

Dino, invece, si ammalò. Non poté partire per Lisbona e tornò a Foggia per curarsi. Il Torino partì senza di lui.

Il 4 maggio 1949, alle 17.03, l’aereo che riportava in Italia quella squadra entrò nella nebbia sopra Torino e si schiantò contro il muraglione posteriore della Basilica di Superga. Morirono tutti. Con loro morì il Grande Torino e, in qualche modo, finì un’epoca del calcio italiano.

A Foggia Dino ascoltò la notizia alla radio insieme al fratello Achille Carrabba: "Eravamo seduti sul tavolo di mia madre - raccontava suo fratello Achille, stimato odontotecnico foggiano e pioniere dell'odontotecnica in Italia - quando la radio comunicò che l'aereo del Grande Torino si era schiantato sulla Basilica di Superga. Mio fratello ascoltò con me la notizia e svenne immediatamente". Su quell’aereo avrebbe potuto esserci anche lui. E non c’era perché Valentino Mazzola gli aveva tirato addosso dell’acqua.

È uno di quegli incroci della storia davanti ai quali perfino le parole sembrano diventare inadeguate. Valentino salvò la vita a Dino Carrabba senza sapere di farlo, pochi giorni prima di perdere la propria. Carrabba non riuscì più a tornare a Torino. Avrebbe potuto aggregarsi ai giovani granata chiamati a disputare le ultime giornate di campionato e diventare, formalmente, campione d’Italia. Non lo fece. Rimase nella sua Foggia, tornò all’Incedit e continuò a giocare lontano dai riflettori che per qualche giorno erano sembrati sul punto di illuminare la sua carriera.

Appena quattro giorni dopo Superga scese comunque in campo, a Corato. E segnò. Chissà cosa deve aver significato quel gol per un ragazzo di diciannove anni che pochi giorni prima scherzava e si allenava accanto agli uomini che improvvisamente non c’erano più.

Dino visse fino al 2012. Ebbe una famiglia, lavorò, continuò a portarsi dentro quella storia per oltre sessant’anni. Sessantatré anni di vita che, forse, cominciarono davvero con quella pompa dell’acqua.

Sandro, invece, trascorse la sua esistenza custodendo il nome di un padre perduto troppo presto. Riuscì nell’impresa quasi impossibile di non restare semplicemente “il figlio di Valentino”: diventò Sandro Mazzola, campione e simbolo dell’Inter, costruendo una leggenda propria accanto a quella paterna. Il trait d'union tra le uniche due squadre entrate nella storia del calcio italiano con l'appellativo di "Grande": il Grande Torino del padre Valentino e la Grande Inter del figlio Sandro.

Ma quel filo non si è mai spezzato: e allora oggi, mentre il calcio italiano saluta Sandro, a Foggia c’è un motivo in più per ricordare anche Valentino. Perché prima di diventare per sempre il capitano scomparso a Superga, Valentino Mazzola compì inconsapevolmente un ultimo assist.

Non servì per segnare un gol. Servì a regalare una vita.

Sezione: Primo piano / Data: Dom 20 settembre 2026 alle 12:39
Autore: Francesco Ippolito / Twitter: @fraccio
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