È proprio vero: quando si percepisce il rischio di perdere qualcosa, anche chi ha criticato — talvolta persino minacciato — finisce per temere ciò che verrà dopo.
Con Pantaleo Corvino, sia nel ruolo di direttore sportivo sia in quello di responsabile dell’area tecnica, il Lecce ha compiuto autentici miracoli. Ma attenzione: non si è trattato di coincidenze o di astri favorevoli. I miracoli, nel calcio come nella vita, nascono dalla programmazione. Da studio, disciplina, rigore e professionalità.
Spesso il tifoso tende a valutare il capo dell’area tecnica soltanto in base agli acquisti o alle cessioni. In realtà, il risultato sportivo è l’equilibrio tra molteplici componenti, tutte indispensabili.
Basta guardare i numeri per comprenderlo: sotto la guida di Corvino il Lecce ha infranto praticamente ogni record della propria storia. La promozione in Serie A da vincitore, la quarta salvezza consecutiva nel massimo campionato, le plusvalenze più importanti mai realizzate dal club, il raggiungimento dell’equilibrio di bilancio, la costruzione del centro sportivo di proprietà, la valorizzazione di calciatori arrivati fino alle rispettive Nazionali. E l’elenco potrebbe continuare.
Quando si lascia la strada vecchia per imboccarne una nuova, è inevitabile avvertire un senso di vuoto. La domanda che oggi aleggia tra i tifosi è semplice: arriverà qualcuno capace di fare meglio di Pantaleo Corvino?
Perché riuscire a mantenere il Lecce in Serie A con il monte ingaggi più basso della categoria — spesso paragonabile a quello di molte squadre di Serie B — significa andare oltre ogni logica. A Lecce si parte ogni stagione da ultimi, almeno sulla carta, perché il confronto economico con le altre realtà della Serie A è impari. Dove gli altri possono investire capitali enormi, il Lecce è costretto a rispondere con idee, competenza e professionalità. È la capacità di restare nel massimo campionato sfidando persino gli algoritmi del calcio moderno.
E allora viene naturale chiedersi: potrà mai arrivare ancora nel Salento qualcuno con la stessa capacità di intravedere il talento prima degli altri? Qualcuno capace di scovare diamanti grezzi, formarli e permettere loro di ambire ai più grandi palcoscenici? Hjulmand, Dorgu, Krstovic, Gendrey, Pongracic — solo per citarne alcuni — devono molto a questo percorso. Perché le fortune dei singoli coincidono con quelle del Lecce: quando un calciatore cresce oltre le aspettative, cresce inevitabilmente anche la squadra.
Questo club si sostiene attraverso il player trading. Non esistono alternative. E in questo, Pantaleo Corvino rappresenta il Maradona del calcio italiano. Probabilmente nessuno, oggi, è bravo quanto lui.
Ecco perché le riflessioni sul futuro del Lecce sono inevitabili, così come le preoccupazioni. Corvino parla di stanchezza, e sarebbe assurdo non comprenderla. Ma è evidente che dietro le sue parole ci sia anche altro. Le sue conferenze stampa, spesso, sembrano racconti di coscienza e appartenenza. Perché è difficile pensare che possa essere soltanto stanco un direttore che dedica ogni istante della propria giornata al Lecce.
Dietro quel lavoro c’è qualcosa di più profondo: c’è amore. Un amore autentico per questi colori, che troppo spesso non è stato compreso. Anzi, a volte è stato persino bistrattato e calpestato. Per questo oggi la speranza è che quell’amore possa prevalere ancora una volta. Ancora un ultimo ballo.
Perché il Lecce è cresciuto tanto, ma non è ancora abbastanza grande per camminare completamente da solo. È ancora in fase di costruzione, di maturazione. E per continuare a edificare una casa stabile nel calcio dei grandi, questa società ha ancora bisogno di Pantaleo Corvino.
Autore: Stefano Sozzo / Twitter: @stesozzo
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