Novanta minuti per decidere una stagione intera. Il Lecce si prepara all’ultima giornata di Serie A con un punto di vantaggio sulla Cremonese e il destino ancora nelle proprie mani. Una gara da dentro o fuori, carica di tensione e adrenalina, ma con la consapevolezza di giocarsi tutto davanti al proprio pubblico. Per raccontare questo momento abbiamo intervistato ai nostri microfoni di tuttocalciopuglia.com Giuseppe Abruzzese, ex difensore centrale e capitano giallorosso, oggi consulente di mercato e fondatore della GA Football Consulting. Dalla corsa salvezza del Lecce fino ai ricordi in giallorosso, passando per Fidelis Andria, Virtus Francavilla e Audace Cerignola, senza dimenticare il suo presente fuori dal campo.
Lecce, novanta minuti per restare in Serie A
“Essendo l’ultima partita, secca, il vantaggio dipende da te: se fai risultato pieno non hai bisogno di ascoltare gli altri risultati. È un vantaggio importante, visto anche il fattore casa”. Abruzzese guarda con fiducia all’ultima giornata dei giallorossi, attesi dalla sfida contro un Genoa senza più obiettivi di classifica, mentre la Cremonese affronterà il Como ancora in corsa per un posto in Champions League: “L’atteggiamento del Lecce non deve cambiare, sono novanta minuti che valgono una stagione. È chiaro che sulla carta affrontare il Genoa è meglio che affrontare il Como. L’atteggiamento però resta fondamentale”. Una salvezza all’ultima giornata non cambierebbe il giudizio sulla stagione: “Il Lecce in Serie A è una squadra che si deve salvare e se lo fa all’ultimo secondo dell’ultima partita è sempre un grandissimo risultato. Con la sua politica arriva sempre ai propri obiettivi e glielo auguro anche quest’anno”.
E sul lavoro di Eusebio Di Francesco non ha dubbi: “Buonissimo. Se il Lecce si salva ha vinto il suo scudetto”. Per questo, secondo l’ex capitano, meriterebbe anche la conferma: “È un allenatore molto preparato e ho la sensazione che sia una persona per bene. Sono contento e mi auguro possa salvarsi, soprattutto dopo le ultime stagioni. Solo buoni pensieri per mister Di Francesco”. Tra i protagonisti della stagione giallorossa, Abruzzese individua un nome su tutti: “Falcone ha fatto un grandissimo campionato. È l’uomo copertina della stagione. Ha fatto un’annata top”. Mentre il momento chiave dell’anno è ben preciso: “Ce ne sono stati tanti, ma penso che il gol a Sassuolo all’ultimo giro di lancette sia stato il più importante della stagione, perché ti ha permesso di rimanere avanti alla Cremonese. Spero possa essere quello della salvezza”. Da ex capitano, conosce bene cosa significhi vivere settimane come questa: “In questo momento le parole sono poche da dire. Vivi di adrenalina, è l’ultima settimana, la più importante. Affronterai una squadra forte che ha già conquistato il suo obiettivo, ma può essere fastidiosa. È una partita che si prepara da sola”.
Da difensore a difensori: Tiago Gabriel e Siebert
Essendo stato un centrale difensivo, Abruzzese si sofferma anche sulla crescita dei giovani della retroguardia giallorossa: “Tiago Gabriel veniva da un campionato completamente diverso. Si è subito ambientato e credo abbia un grande futuro davanti a sé. A Lecce, a inizio anno, i difensori che non dovevano essere titolari erano Baschirotto e lui, poi sono diventati perni fondamentali della retroguardia”. Parole positive anche per Siebert: “Con Tiago Gabriel forma una bella coppia. Sono due giovani che si compensano per caratteristiche: forti sull’uomo, veloci e bravi tecnicamente. Sono una coppia assortita”.
Il Lecce di Giuseppe Abruzzese
Lecce, per Abruzzese, non è stata soltanto una tappa della carriera. “Ci sono tanti momenti che porto dentro, ma forse quelli che ho più a cuore sono i tre gol in Lecce-Palermo che ci permisero di essere promossi in Serie A per la sesta volta, vista l’atmosfera e l’importanza della partita”. Un legame costruito nel tempo, in categorie diverse e stagioni vissute intensamente. Sulla società attuale ritrova qualcosa del passato: “Io ho vissuto varie società e vari presidenti. Sono stato fortunato ad avere sia la famiglia Semeraro sia l’attuale proprietà. Sono molto simili per attaccamento all’ambiente, al Salento, al Lecce. Vedo la stessa passione in entrambe le società. È quella che funziona da motore e fa capire ai giocatori l’importanza dell’attaccamento al territorio e alla maglia”. Il senso di appartenenza, secondo l’ex capitano, resta centrale: “Quando giochi per il Lecce ti accorgi subito del calore che c’è verso la squadra. Lo vedi vivendo la città e tutto il territorio del Salento”. E qualcosa di quello spirito lo ritrova ancora oggi: “Senza senso di appartenenza non arrivi a certi obiettivi. Vedo che ci sono sempre quei tre o quattro ragazzi, lo zoccolo duro, capaci di far capire ai nuovi cosa significa indossare quella maglia”. Quando gli viene chiesto di descrivere il suo rapporto con Lecce in una parola, la risposta arriva spontanea: “Il Lecce mi ha dato la possibilità di giocare a grandi livelli e vivere emozioni bellissime. Posso essere fiero di aver indossato quella maglia e la fascia da capitano”. E domenica sarà inevitabilmente coinvolto: “Auguro sempre il meglio alle squadre pugliesi, ma verso quelle con cui ho partecipato alla crescita resto tifoso. Rimangono valori umani che ti tengono legato al territorio”.
Fidelis Andria: il legame di sangue
Con la Fidelis Andria il rapporto va oltre il calcio: “È la città dove sono nato, è la squadra che tifo. Ho fatto l’esordio in B e avevo 17 anni, lo ricordo con grande piacere e affetto. È stata anche l’ultima mia squadra nel professionismo. Il legame è anche di sangue”. Sulla stagione dei biancazzurri: “Ha vissuto due fasi. La prima di euforia, dove aveva cominciato bene e si era avvicinata alla vetta della classifica. Poi la seconda parte è stata totalmente diversa e ha dovuto lottare per salvarsi. Una stagione dalle due facce”. Per ambire a categorie superiori, però, serve altro: “Purtroppo in queste categorie bisogna avere società forti economicamente per vincere i campionati e poter avere giocatori abituati a vincere”.
Virtus Francavilla e la necessità di ripartire
Abruzzese si sofferma anche sulla Virtus Francavilla, sua ex squadra: “La retrocessione lascia sempre delle scorie e vincere i campionati non è mai facile. Se non si riesce ad azzerare e ripartire con entusiasmo, il rischio è quello di fare campionati non dico anonimi, ma ibridi. Auguro di ritrovare quell’entusiasmo che penso si sia un po’ perso nel tempo”. Non lo sorprende vedere la Virtus fuori anche dalla zona playoff: “Il livello della Serie D è abbastanza alto”. Sulla possibile cessione del presidente Magrì: “Non penso. È molto legato alla Virtus Francavilla. Credo sia stata un’uscita dovuta alla delusione della stagione. Conoscendo il presidente, è molto legato alla squadra e al territorio. Penso sia stato uno sfogo del momento, ma non credo sia il suo vero pensiero”.
Audace Cerignola e la fine dell’era Grieco
L’addio di Grieco all’Audace Cerignola ha lasciato il segno: “Dispiace che una figura come lui si sia allontanata dal mondo del calcio, è una persona seria e credibile. Grieco ha fatto un lavoro ottimo, ha portato l’Audace Cerignola dal basso fino alla lotta per la Serie B. Un lavoro da voto 10”. Aprire un nuovo ciclo non sarà semplice: “Bisogna dare tempo e magari modo di sbagliare. Quando entrano persone con entusiasmo che si mettono a disposizione della comunità, è giusto dare loro la possibilità di iniziare e stare accanto nei momenti di difficoltà”. Sul percorso del Cerignola aggiunge: “Mi aspettavo che potesse arrivare nel professionismo perché è una proprietà solida. Il segreto è la connessione che si crea tra squadra, società e ambiente. È determinante, fa la differenza, e questo a Cerignola c’era”.
Il presente da consulente di mercato
Oggi Giuseppe Abruzzese lavora come consulente di mercato, una nuova esperienza che continua a tenerlo legato al calcio: “Mi piace lavorare sullo scouting, guardare tante partite e conoscere tanti calciatori. È una figura di consulenza sportiva che si mette a disposizione delle società”. Ma il richiamo del campo resta fortissimo: “Il lavoro più bello che ci sia è il calciatore e se si potesse giocare fino a 80 anni non avrei mai smesso”. L’esperienza da ex giocatore lo aiuta anche nella lettura dei giovani: “Quest’anno il Casarano, che ha un allenatore molto bravo e preparato come Vito Di Bari, ha dei giovani molto validi come Cerbone e Palumbo, entrambi 2007. I giovani ci sono, il problema è che bisogna aiutarli a crescere e non giudicarli subito. Hanno il diritto di sbagliare e bisogna stargli vicino. Se al primo errore cerchiamo di usare calciatori e proprietà come usa e getta, non ci sarà mai una crescita totale del sistema”. Quando osserva un giocatore, cerca soprattutto l’aspetto umano: “Essere stato calciatore mi aiuta. Il calciatore è una persona, vive di emozioni e avendole vissute si riesce a capire cosa prova. Guardo la personalità, la testardaggine e la voglia di arrivare attraverso il lavoro. Sono dell’idea che il lavoro porti sempre a qualcosa”. Sul futuro da possibile dirigente non si sbilancia troppo: “Non lo so, ora faccio tutt’altro. Però tutto ciò che ruota attorno a un pallone e a un rettangolo di gioco è ossigeno per me. Mi piace stare in questo mondo perché ti dà adrenalina e quella voglia che ti tiene sempre vivo”. Guardando indietro, però, la cosa che lo rende più orgoglioso non riguarda trofei o categorie: “Le persone che ho conosciuto. Tutte le persone incontrate durante la mia carriera mi hanno dato qualcosa e mi auguro di aver dato anche io l’1% di quello che loro hanno dato a me a livello umano”.
Giuseppe Abruzzese continua a vivere il calcio con lo stesso spirito di quando indossava la fascia da capitano. Cambiano i campi, cambiano i ruoli, ma non il legame con certe maglie e con certe emozioni. Da Lecce ad Andria, passando per tutte le piazze che hanno segnato il suo percorso, resta il valore umano di ciò che il calcio lascia oltre il risultato. Alla fine, più delle categorie o delle vittorie, sono le persone, i territori e i legami costruiti nel tempo a restare davvero dentro.
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