Il Taranto, dopo aver attraversato il purgatorio del campionato di Eccellenza, si trova ora a sole quattro partite dal ritorno in Serie D. Prima la doppia sfida contro l’Apice e poi, in caso di passaggio del turno, la finale andata e ritorno contro la vincente di Gladiator-Matese.

Eppure, proprio in questi giorni, tra social e discussioni da bar, c’è una parola che viene usata con troppa leggerezza: “sogno”.

Ma davvero una piazza come Taranto deve sognare la Serie D?

Parliamo di una città storica del calcio italiano che fino a meno di tre anni fa disputava i playoff per la Serie B, una categoria che il Taranto ha frequentato per oltre trent’anni della propria storia. Una realtà che, insieme alla sua provincia, rappresenta un bacino di quasi 600 mila abitanti, una tifoseria calda, passionale e visceralmente legata ai colori rossoblù.

La Serie D non può e non deve essere il sogno. Deve essere, semmai, il primo passo obbligato verso la risalita. L’obiettivo minimo per una piazza del genere è tornare rapidamente tra i professionisti, in quelle categorie che più rispecchiano la storia, il blasone e la passione di un popolo che vive di pane e calcio.

Il vero sogno è un altro: costruire finalmente un progetto stabile e ambizioso che permetta al Taranto di tornare almeno in Serie B. Perché con una proprietà solida come la famiglia Ladisa, una tifoseria straordinaria e uno degli stadi più importanti del Sud Italia come il nuovo Erasmo Iacovone, una città come Taranto non può limitarsi a guardare la Serie D come un traguardo, ma deve considerarla soltanto una tappa verso il ritorno nel calcio che conta.

Sezione: Eccellenza / Data: Mer 20 maggio 2026 alle 14:50
Autore: Anthony Carrano
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