Carlo Perrone tra Bari e Campobasso: due tappe fondamentali per la sua carriera. Il calciatore classe 1960 deve molto alla Puglia ed al Molise: se coi rossoblù riuscì ad attirare le attenzioni del club allora presieduto dai Matarrese, coi biancorossi le sue ottime prestazioni gli consentirono poi di passare all'Atalanta e di farsi notare persino in campo europeo. Ora il suo presente si chiama Olhanense, un club costruito per vincere in terza serie nazionale portoghese. Esattamente come la formazione allenata da Mignani.
Carlo Perrone, cominciamo dalla stretta attualità: come vanno le cose in Portogallo?
"Sta andando molto bene, abbiamo vinto le prime quattro partite, ma nell'ultima domenica abbiamo sbagliato troppi gol ed abbiamo perso. Peccato, avevamo giocato un'ottima gara".
Anche per lei l'obiettivo è vincere il campionato.
"Sicuramente, come il Bari. Speriamo di festeggiare a fine stagione entrambi".
Bari primo in classifica, imbattuto e convincente. Soddisfatto?
"Non ho avuto molto di vedere molto le partite, ma a giudicare dai risultati e da chi c'è in rosa non posso che essere soddisfatto. Mi fa inoltre piacere vedere come Scavone, che avevo ai tempi del Novara, stia giocando bene e come sia determinante in fase realizzativa. L'approccio è quello giusto. Il Campobasso però si sta dimostrando una squadra solida e con qualità".
Proprio Scavone, purtroppo, si è infortunato.
"Sicuramente non una bella notizia. Mi spiace, Manuel ha qualità importanti. Ricordo ancora quando arrivò dall'Alto Adige, meriterebbe fortune migliori rispetto a quelle avute sin qui".
Tanti anche i meriti del ds Polito e dell'allenatore Mignani.
"L'impressione anche in questo caso è buona, perché le potenzialità ci sono. I risultati stanno dando ragione al lavoro svolto. Siamo solo all'inizio ma le prospettive direi siano ottime".
Non è stato invece fortunato nella passata stagione il suo ex compagno di squadra Carrera.
"Carrera è arrivato a Bari in un momento molto particolare, ritrovandosi anche una squadra che poi era stata addirittura indebolita. E' stato lasciato lavorare da solo a mio avviso, un allenatore non deve mai restare troppo isolato. Il supporto di una società è fondamentale e serve sintonia. Lui l'ho sentito al termine della sua avventura biancorossa, prima non volevo disturbarlo e così l'ho sentito dopo l'esonero. Massimo è un uomo vero, aveva accettato perché lui nelle cose che fa ci mette il cuore. Lo ha spinto il cuore ad accettare, fosse stato razionale avrebbe potuto dire anche di noi. Resta un uomo capace, sono convinto che avrà modo di potersi riscattare".
La sua esperienza a Campobasso è coincisa con uno dei periodi migliori della storia dei lupi.
"L'obiettivo del presidente Molinari, ai tempi, era quello addirittura di portare la squadra in A, anche se io ho vissuto il momento storico migliore della squadra. Il futuro ha visto il club in altre categorie, purtroppo. Ma questa società mi pare sia ambiziosa, hanno l'obiettivo di consolidarsi in questa categoria per poi crescere nei prossimi anni. Aver vinto contro squadre come Monopoli o il pareggio contro l'Avellino lascia ben sperare".
Tra i ricordi più belli in biancorosso sicuramente la Mitropa Cup.
"La Mitropa certamente, ma non solo. Ovviamente fa un certo effetto aver consentito ai galletti di far vincere l'unico trofeo in oltre 110 anni di storia. Era anche l'ultima partita ufficiale al 'Della Vittoria'. La gente è meravigliosa, sono stato orgoglioso di aver indossato la maglia biancorossa. C'è ancora oggi la sensazione di essere stato ripagato di tanto affetto, ma anche quella di aver fatto bene qui".
Cosa ha significato per lei giocare nel Bari?
"Ha rappresentato prima di tutto l'esordio in A, ma non solo. Poi il rientro in campo dopo 8 mesi, con ovazione da parte dello stadio che era pieno. La piazza mi rimarrà sempre nel cuore".
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