Uno degli ultimi avvenimenti dell’anno che se ne va è sicuramente la firma del cosiddetto “Protocollo gradimento” sottoscritto da cinque club della BAT. Fidelis Andria, Barletta, Bisceglie, Unione Bisceglie e Canosa hanno varato un vero e proprio codice etico i cui contenuti (e, di conseguenza, la rilevanza del documento nel complesso) non debbono rischiare di passare in sordina. Anzi.
Gli obiettivi dell’iniziativa sono, in sintesi, la trasformazione dello stadio in un luogo di passione e condivisione, promuovendo il rispetto reciproco tra tifosi; il miglioramento della sicurezza, la correttezza e la lealtà sportiva, intervenendo tempestivamente contro comportamenti negativi.
Lo strumento, come detto, è un patto volontario per l'autoregolamentazione del comportamento all'interno e all'esterno degli impianti sportivi.
Il motore è la cosiddetta “responsabilità collettiva”, ottenuta attraverso la diffusione della paternità di interventi che, per essere davvero incisivi, e quindi efficienti, efficaci ed economici (per mutuare concetti più che termini che Franco Bassanini introdusse nella pubblica amministrazione trent’anni fa), hanno solo bisogno di concretarsi in azioni, non solo in paradigmi.
Il documento, dunque.
Esso introduce regole condivise di comportamento e principi etici comuni, finalizzati a promuovere un clima di rispetto, correttezza e lealtà sportiva, dentro e fuori dagli stadi.
Insomma, “uno strumento di autoregolamentazione che consenta di intervenire con tempestività e senso di responsabilità nei confronti di coloro che tengano comportamenti contrari ai valori dello sport e della convivenza civile. Anche in assenza di provvedimenti di natura penale o di misure di prevenzione” – il DASPO è l’esempio più noto – “le società potranno infatti rifiutarsi di vendere i titoli di accesso o, qualora già emessi, sospendere temporaneamente o definitivamente la loro efficacia, a tutela della sicurezza, dell’immagine e dei valori dello sport, affinché gli impianti restino luoghi di partecipazione serena e civile”.
Il tentativo tende a garantire che il campo sportivo diventi un luogo di partecipazione, condivisione e passione, dove il tifo possa esprimersi nel rispetto reciproco, senza degenerazioni di sorta, senza violenze, intimidazioni, offese o discriminazioni.
Solo parole? Speriamo di no. Intanto, perché si tratta di un “protocollo” e non di una semplice dichiarazioni d’intenti o, ancora più banalmente, di un comunicato.
È vero: sempre strumento teorico, resta. I “decreti attuativi” debbono essere gli atti conseguenti: impedire senza timori al “maltifoso” di accedere nell’impianto sportivo, tanto per dirne una. Azionando leve importanti come il rafforzamento della cultura della prevenzione e il consolidamento del dialogo con il mondo dello sport per “contrastare ogni forma di intolleranza, razzismo o incitamento all’odio”, il Protocollo potrà diventare “un passaggio significativo nel percorso di crescita del movimento calcistico provinciale”.
E tuttavia. Il farsi portavoce di “un modello di partecipazione fondato sulla responsabilità collettiva e sulla condivisione di valori positivi”, va bene. Il “segnale forte di maturità e consapevolezza”, va benissimo. La testimonianza della “volontà comune di rendere lo sport un autentico veicolo di educazione, inclusione e coesione sociale”, va ancora meglio.
Ma poi occorre dar seguito con azioni efficaci, anche (e soprattutto), in sinergia con le forze dell’ordine, con i soggetti organizzatori dei campionati (nel caso, la Divisione Interregionale e il Comitato regionale Puglia), con gli arbitri e gli uffici di preparazione e designazione (nel caso la Can D e il Cra Puglia).
Il coinvolgimento dei calciatori è fondamentale (le simulazioni dovrebbero entrare di diritto in un “protocollo” di negatività). Quello degli allenatori altrettanto (pensiamo al loro lavoro di educatori o al comportamento in panchina durante le gare ovvero ancora alle dichiarazioni alla stampa o sui social-media al termine delle partite). Solo per citare alcuni tra i protagonisti del complesso (e troppo spesso complicato) sistema calcistico regionale.
Resta un passo importante, quello del protocollo che i massimi dirigenti dei cinque sodalizi hanno voluto (da Luca Vallarella a Mario Romano, da Vincenzo Racanati e Luciano Mari a Alessandro Di Nunno, fino a Enzo e Leo Pedone). Cui debbono seguire l’allargamento delle adesioni e delle sottoscrizioni: a macchia d’olio, come si usa dire. E in una terra dove l’olio è buono, quella macchia deve allargarsi in tempi e modi che sorprendano in un Paese dove la lentezza non è quella del pensiero meridiano promosso da Franco Cassano, ma quello della lentocrazia, dei retrobottega ideologici, delle dimenticanze.
Ne ha bisogno il pallone di Puglia.
Ne abbiamo bisogno tutti.
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