Umberto Quistelli, ai microfoni di tuttocalciopuglia.com, delinea il nuovo profilo del Direttore Sportivo: un manager aziendale che punta su programmazione e valorizzazione del vivaio. Attraverso la sua esperienza internazionale e il modello virtuoso del Lecce, Quistelli ribadisce che per far rinascere piazze storiche come il Bari non servono nomi illustri, ma strutture solide, scouting diretto e una strategia a lungo termine basata su merito e appartenenza.

Il passaggio dal campo alla scrivania: quando ha capito che la sua carriera sarebbe continuata dietro le quinte?

"È un lavoro completamente diverso, ma molto stimolante e soprattutto, ti permette di vedere il calcio da un altro punto di vista". Il passaggio dal campo alla scrivania, resta dunque un aspetto complesso: "Devi cimentarti in un'altra realtà e avere una visione manageriale, perché al momento, il lavoro del Direttore Sportivo è simile a quello di un manager d'azienza. Poi oltre all'aspetto tecnico è necessario gestire i bilanci, ai far play finanziario e tanti altri aspetti: infatti, se al termine della stagione si riesce a pareggiare il bilancio, è un miracolo, o se si fa un più uno, è ancora più di un miracolo". Gli investimenti dei presidenti: "Vanno tutelati, perché loro ci rimettono dei soldi". 

Ha vissuto tante esperienze in diverse categorie

"Sono l'unico direttore ad aver lavorato in tutti e tre i gironi di Serie C: il girone A con l'Alessandria, il B con la Virtus Verona e il C con il Lecce. Nonostante i miei 47 anni, ho vissuto ogni categoria, dalla Serie A alla Serie D, acquisendo una visione completa del calcio. Oggi il direttore sportivo non deve limitarsi all'aspetto tecnico, ma agire come un manager a 360 gradi, gestendo la società come un'azienda orientata al successo".

Lo scouting: è una base fondamentale per il futuro. Il calcio italiano necessità di regole ferre e di una visione a lungo termine per valorizzare i vivai?

"Quando sento parlare di piattaforme e di algoritmi rabbrividisco. Sono un materiale d'aiuto, ma un calciatore va visto più volte, perché la carta vincente di ogni società è il reparto scounting. Bisogna avere scounting capacità di scovare ragazzi nei campi di Promozione, di Eccellenza o Serie D, ce ne sono tanti. Poi, quando si è convinti si porta il ragazzo al proprio club". Spendere tanti soldi sul mercato non è sempre un aspetto positivo: "Il Direttore bravo è chi spende meno e riesce ottenere il massimo risultato, che non è vincere il campionato. ma quello che ottiene una plusvalenza e porta un giocatore dal settore giovanile in prima squadra. Quelle sono le vittorie le le vittorie più belle. Poi, se arriva la vittoria del campionato, come è arrivata a me a Lecce o a Messina, rende tutto ancora più bello".

Molte società non hanno una struttura adeguata e il settore giovanile diventa un tema marginale 

"Il problema principale, al momento, è la mancanza di strutture societarie adeguate, come dimostrato dalla retrocessione dalla Serie B alla C di club come Bari, Reggiana, Spezia e Pescara. In queste realtà, spesso il direttore sportivo ricopre un ruolo marginale, quasi solo consultivo. Il direttore deve invece essere un supporto strategico per la proprietà". Diventa, dunque, fondamentale gestire in modo ottimale le risorse sul settore giovanile: "La gestione del settore giovanile è fondamentale, poiché crescere i giovani in casa è ciò che permette di compiere il salto di qualità. Anche la gestione del budget iniziale è cruciale; a gennaio si interviene spesso per correggere gli errori commessi ad agosto, ma con moderazione, dato che i nuovi arrivati hanno bisogno di tempo per ambientarsi, rischiando di arrivare a fine campionato. In sintesi, il settore giovanile e il reparto scouting restano le due aree di maggior importanza".

Calcio Pugliese, tra gioie e dolori: Salvezza Lecce, un modello da seguire per Bari e Foggia?

"Del modello Lecce posso parlare di persona, avendolo vissuto per cinque anni. So da dove si è partiti: dal niente, dalle ceneri. Eravamo in Serie C e non avevamo nemmeno le divise da gioco. So benissimo i sacrifici fatti e il merito va tutto al presidente Sticchi Damiani, per tutto quello che è stato realizzato e che si farà. Si è strutturata la società grazie a un trinomio vincente: io, Mauro Meluso e mister Liverani. Quando mister Rizzo non se la sentì più di proseguire, arrivò Liverani e lì è iniziato il nostro percorso, portando la squadra dalla Serie C alla Serie A". Il Lecce vantava calciatori di spessore: "Abbiamo avuto calciatori come Cosenza, Mancosu, Di Piazza, Caturano, Perucchini e tanti altri; sono stati tutti prima uomini e poi calciatori, permettendoci di ottenere il massimo da ogni situazione. Oggi il Lecce sta godendo di quel lavoro e si ritrova a disputare la quarta permanenza consecutiva in Serie A, grazie alla programmazione che il presidente e i suoi soci hanno attuato negli anni precedenti, solidificando la società in tutto e per tutto".

Retrocessione Bari e Foggia

"Quello che sta succedendo a Foggia non è facile, anche perché siamo in un cambio di proprietà e chiaramente si è raccolta un'eredità non semplice, però si sta cercando di ricostruire. Spero che vengano ripescati all'ultimo momento, ma ci sono altre priorità; lo spero tanto anche perché la Puglia ha bisogno di un'altra squadra in C". Ci sono alcune società pugliesi che sono orientate al futuro: "La programmazione che stanno ottenendo sia il Cerignola che il Monopoli è buona, anche perché seguo il presidente e la nuova proprietà del Cerignola con i Greco, che hanno ottenuto il massimo: una squadra in Serie B. In base al merito, vada ai Greco e all'Auditor, che è un amico. Questa è la Puglia".

Tuttavia, si sofferma su quanto sia importante la programmazione di una società: "Attualmente, la programmazione è la parte più importante, è quello che abbiamo avuto dal Lecce e che dovrebbe accadere anche a Bari, perchéBisogna gettare le basi, trovare un gruppo forte e solido che anche nei momenti di difficoltà resti più unito che mai, perché il Lecce, dopo il secondo anno in cui abbiamo perso i play-off ad Alessandria, è ritornato ancora più forte e l'anno dopo abbiamo vinto il campionato. Queste sono le situazioni più importanti: programmazione, settore giovanile, scouting e cercare di essere importanti sul territorio". Il Bari, invece, rappresenta un esempio controverso: "Se oggi andiamo a prendere l'esempio di Bari è un'ostinazione; conosco bene la realtà di Bari, anche perché ho giocato nel settore giovanile lì e conosco benissimo la realtà barese".

Il Bari non possiede un centro sportivo di proprietà

"A Bari chi è che decide? Questa è la domanda che dobbiamo farci. Il settore giovanile dov'è? Sono tutti delocalizzati, il Bari non ha un centro sportivo dove le squadre si allenano insieme. Se un allenatore vuole vedere la Primavera, può farlo solo eventualmente nell'amichevole del giovedì, perché si allena da un'altra parte". Un modello diametralmente opposto ad altre realtà: "Nella mia esperienza all'estero ho visto che tutte le squadre, dalla prima squadra ai pulcini, si allenano insieme nello stesso orario; in questo modo l'allenatore della prima squadra può osservare comodamente la Primavera, l'Under 19 e l'Under 23". 

Il confronto con la Primavere di molti anni fa: "Era una una primavera importante. Sono usciti calciatori come Cassano, Ventola, le Crottaglie, della Vista, non posso fare qui altri 3000 nomi. Oggi se andiamo a avere la primavera del Bari, gioca in primavera 2 e si salva per frotto della fortuna, eh e si festeggia una salvezza in Primavera 2".

Lei è particolarmente legato con la società biancorossa, sin dal percorso nelle giovanili: cosa ha lasciato in lei quel percorso?

"Per me Bari è tutto". Ritorna sul passato vissuto con la maglia biancorossa: "Indossare quella maglia è stata la gioia più grande della mia vita, perché sono sempre stato tifoso del Bari e lo sarò finché morte non ci separi. Vedere la squadra in questa situazione è frustrante e spiacevole. Quando vedi tutto questo, vorresti tanto esserne parte, perché è la società della tua città, lo stadio è casa tua e daresti l'anima anche andando gratis, per puro senso di appartenenza. Purtroppo oggi la possibilità è stata data ad altri, che chiaramente non si sono rivelati all'altezza. A Bari si vive di calcio, di pane e pallone". Il suggerimento sulla figura del direttore: "Chi meglio di un barese potrebbe essere il direttore del Bari? Questo l'ho sempre pensato".

La serie A avrebbe bisogno di piazze come Bari o Foggia 

"Certo. Mi auguro che possa succedere, perché credo in una crescita del calcio pugliese. Piazze con queste tifoserie e questi stadi sono inaccettabili in Serie C o in Serie D. La crescita avviene programmando, quindi, se oggi il Bari è visto come una squadra satellite, non avrà mai un progetto. Non si può cambiare tutto di anno in anno. Il Bari merita una proprietà del territorio, perché i Matarrese sono stati 30 anni alla guida del club, ne hanno dette di cotte e di crude, ma alla fine hanno mantenuto la società per tre decenni con calciatori importanti". I ricordi del passato: "Mi ricordo quando facevo il raccattapalle: ho visto giocare Platt, Zambrotta, Fontana, Totti, Protti, Armenise, Trizio, Loseto. Potrei fare tutti i nomi del Bari perché, essendo tifoso della mia squadra, per me il Bari è un pezzo di cuore, un qualcosa di viscerale. Spero un giorno di farne parte". 

Contratti brevi in Serie C: quanto influisce sulla costruzione di un progetto solido e redditizio?

"Questo aspetto è sempre frutto di quanto detto finore. Se un club vuole investire con un dirigente o un gruppo di lavoro, deve impostare un progetto almeno biennale o triennale, eppure, molte volte ci si ritrova con programmi annuali perché non si può avere tutto subito. Servono basi solide. I contratti annuali sono spesso scelte al limite, un modo per mettersi in mostra senza essere realmente utili alla società, poiché si rischia il 'tutto e subito' invece di procedere un passo alla volta". Poi ribadisce: "Programmare è la parola chiave per la crescita costante".

Parliamo di futuro: quali sono le sue ambizioni per i prossimi anni?

"Le mie ambizioni sono ad ampio raggio. Seguo tutto, dalla Serie A alla Serie D, fino alla seconda divisione spagnola". Sulle differenze tra un calciatore e un dirigente: "Dalla scrivania, rispetto al campo, si riesce a vedere molto di più, ma la cosa fondamentale è non finire mai di crescere. Il giorno in cui smetti di imparare, hai finito di fare quello step in più: bisogna avere sempre fame e voglia di fare. Il mio obiettivo è cercare di migliorarmi costantemente, perché credo che in questo sport i risultati debbano sempre rispecchiare la passione e la meritocrazia". E sugli obiettivi ammette: "Ognuno deve avere un obiettivo fissato, dritto davanti a sé, come i cavalli con i paraocchi, perché senza obiettivi nella vita si smette di vivere". 

Voci di mercato

"Ci sono delle richieste, sia in Serie B che in Serie C, che stiamo valutando con calma e tranquillità. C'è sempre qualcosa che bolle in pentola, ma bisogna valutare ogni aspetto fino all'ultima riga. Non bisogna farsi prendere dalla voglia di andare, serve programmazione in tutto perché, quando uno si espone, lo fa a 360 gradi. È giusto valutare un progetto destinato a crescere, perché è ciò che motiva di più".

Spesso il campionato di Serie A viene paragonato a quelli esteri: cosa ne pensa lei e quale campionato la affascina di più?

"Seguo tutti i principali campionati europei. Ho seguito la Bundesliga perché ci ho lavorato, ma Liga e Premier League sono quelle che mi affascinano di più, specialmente la Spagna per il suo valore tecnico. Il modello spagnolo e quello inglese sono eccellenti per la loro programmazione: realtà come la 'Masia' dimostrano che il talento naturale, pur essendo importante, deve sempre essere supportato da un progetto strutturato". 

Sezione: Primo piano / Data: Mar 26 maggio 2026 alle 22:18
Autore: Gianmarco Inguscio
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