Un protocollo che possa permettere alla Serie D di tornare a giocare. Dilettanti sì, ma campionato nazionale. E soprattutto: quarta serie italiana, quella che una volta era la C2. Il nodo, ormai storicizzato, del semiprofessionismo, è passato in secondo piano da qualche mese - salvo tornare prepotente sulla scena ogni qualvolta si provi a riscrivere la geografia del calcio professionistico - ma la sostanza non cambia: la Serie D merita rispetto. Lo meritano i tifosi, i calciatori, che al netto del nome della Lega nella stragrande maggioranza dei casi vivono di calcio, lo merita il calcio. Perché la Serie D è la base, quella vera, della piramide e da qui arrivano bomber di provincia che poi passano alla collettività come idoli di pagine Facebook, buoni difensori, persino qualche regista, a ben vedere. Retorica a parte, Dio ce ne scampi, è il momento di un piano serio per salvare questo campionato, per poter arrivare al termine della stagione ma non solo. La sostenibilità del calcio resta utopia, ma in momento d'emergenza si può anche mettere da parte: ma l'emergenza vale per tutti. E allora una sola domanda: era prevedibile tutto questo? Forse sì, ma siamo umani, ottimisti per natura. Soprattutto noi addetti ai lavori. Gli errori non vanno giudicati, quantomeno durante una pandemia globale, come colpe, ma c'è tutto il tempo di recuperare. Il calendario dice che la sosta per i recuperi, appunto, non è servita: girone H come caso scuola, domenica se ne gioca uno solo sui cinque inizialmente previsti. Erano state differite tre giornate, in una scelta ragionata e non di pancia, adesso però questo tempo può servire per mettere ordine, costruire un nuovo protocollo e poi passarlo al vaglio del Comitato Tecnico Scientifico. Voci dicono che è quello che sta succedendo. Tifosi, calciatori, giornalisti, non aspettano altro. Non contano gli errori, non in una pandemia e in un gioco, ma conta saper recuperare, far sì che questo tempo non sia perso. Un protocollo, serio e studiato a fondo, per salvare la Serie D, il nostro calcio. Nostro nel senso: di tutti.
Autore: Giuseppe Andriani / Twitter: @peppeandriani
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