A bocce ferme.

Il calciomercato invernale dovrebbe essere, per definizione, un mercato di riparazione. A Lecce, invece, è diventato un problema. Un clamore sproporzionato rispetto alla realtà di un club che continua a vivere – e a sopravvivere – su una linea di galleggiamento sottile per la Serie A.

Il Lecce ha speso tra i 6 e i 7 milioni di euro. Non bruscolini, se rapportati alla storia e alla struttura finanziaria della società. Sono arrivati quattro giocatori: due pronti subito, Gandelman e Cheddira; uno pronto ma tutto da verificare, Ngom; uno ancora un oggetto misterioso, Fofana. A questi ingressi hanno fatto seguito numerose uscite, alcune inevitabili, altre più dolorose: dai fuori rosa (Guilbert, Rafia, Delle Monache) a chi era stato inizialmente incluso nel progetto e poi messo da parte, fino alle partenze di Kaba e Maleh, maturate per scelta dei calciatori.

Ed è qui che si è aperto il fronte delle polemiche. Perché cedere Maleh a una diretta concorrente? Perché rescindere con Morente? Perché privarsi di Kaba proprio nel momento in cui aveva ritrovato la condizione fisica? Perché non intervenire sulla fascia destra? Domande legittime. Ma solo se si accetta di guardare il Lecce come se fosse qualcosa che non è.

Perché il punto è questo: il Lecce non è una società strutturata per dominare la Serie A, né per permettersi errori reiterati o colpi d’istinto. È un club che ogni stagione lotta contro i propri limiti prima ancora che contro gli avversari. E mentre le dirette concorrenti spendono complessivamente oltre 30 milioni di euro, il Lecce deve fare i conti con una realtà ben più pesante: 83,4 milioni di costi nella stagione 2024-2025. Un macigno.

La linea societaria è chiara, piaccia o no: autofinanziamento. Diritti TV, botteghino, area commerciale, plusvalenze. Non c’è altro. E il dato più ignorato nel dibattito è questo: l’ultimo esercizio si è chiuso con un risultato netto di 20,2 milioni di euro, soldi che la società ha scelto di reinvestire, non di accantonare. Altro che immobilismo.

Allora no, in questo mercato non si poteva fare di più. Non c’erano margini per inserire giocatori realmente in grado di alzare il livello senza compromettere l’equilibrio economico. Il Lecce non prende “tanto per”. Non fa mercato per placare la piazza. Non accumula figurine.

E a chi chiede l’ennesima scommessa “alla Corvino” va detto chiaramente: le scommesse sono già in casa. Se devi rischiare, ha più senso farlo su chi è arrivato per tempo, ha lavorato con il gruppo, ha attraversato un periodo di rodaggio. La vera scommessa è che questi giocatori tornino a essere ciò che sanno o diventino finalmente ciò che possono essere.

Il resto è rumore. E il rumore, in un campionato come questo, non porta punti.

Sezione: Primo piano / Data: Gio 05 febbraio 2026 alle 09:22
Autore: Stefano Sozzo / Twitter: @stesozzo
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