La piazza giallorossa è una delle più passionali d’Italia. Vive visceralmente le vicissitudini della squadra: smarrita dopo risultati negativi, esaltata dopo una vittoria. È così, nel bene e nel male, come spesso accade nel calcio. Tuttavia, le valutazioni non possono reggersi su fattori puramente umorali.
Si dice che il calcio sia uno sport semplice: fai gol e vinci, subisci e perdi. Eppure, nelle sfumature e nelle pieghe di questa disciplina si nasconde un mondo complesso, fatto di cadute naturali e cicliche risalite.
Il Lecce di mister Eusebio Di Francesco ha probabilmente avuto bisogno di tempo per essere riconosciuto come squadra. Si è partiti da lontano, con un 4-3-3 di zemaniana memoria, ma mancavano gli interpreti — o meglio, le caratteristiche necessarie — per far esprimere questo sistema in maniera realmente verticale. L’atipicità delle prime punte ha imposto un cambio di veste: i giallorossi avevano bisogno di qualcuno che supportasse più da vicino la punta centrale. Il tecnico abruzzese è stato lucido nel rivedere lo schema iniziale, rispolverando soluzioni già viste nel Lecce della passata stagione e adattandole alle caratteristiche dell’organico.
In un primo momento Coulibaly a ridosso della prima punta, poi l’exploit tecnico di Medon Berisha. Il tutto sostenuto da una seconda fase di gioco — nella lotta per non retrocedere ancor più determinante di quella offensiva — divenuta progressivamente il vero punto di forza della squadra. Anche grazie alle competenze del vice allenatore Del Rosso, il Lecce ha reso la fase difensiva il proprio fiore all’occhiello. Non a caso, il mister fu chiaro già a giugno, in sede di presentazione: «Lavorerò sull’equilibrio».
Una volta perfezionata la concretezza difensiva, emersa anche attraverso la crescita dei nuovi arrivati Siebert e Ndaba, il problema si è spostato sull’attacco. A furor di popolo, a ridosso del mercato invernale, si chiedeva l’acquisto di un’altra punta. Complice l’infortunio di Camarda, l’area tecnica è tornata sul mercato per mettere a disposizione del mister un attaccante più pronto e più incisivo.
Chi però osserva con maggiore profondità, competenze e dati alla mano, ha compreso come il reale problema fosse un passo più indietro — o, forse, lateralmente — nella zona di rifinitura. Le difficoltà offensive del Lecce si sono manifestate con evidenza dopo l’infortunio di Berisha. Nell’ultima partita disputata dal fantasista albanese, i giallorossi conquistarono tre punti in casa contro il Pisa. Il successivo stop muscolare ha riportato lo stesso buio offensivo vissuto nella prima parte del campionato: minori connessioni tra le linee, meno presenza tra gli spazi e una punta centrale spesso isolata.
Si è resa quindi necessaria l’introduzione in rosa di una figura capace di sostenere la prima punta: non un sostituto di Berisha sul piano tecnico, bensì in termini di presenza, occupazione degli spazi e inserimenti. Il direttore Pantaleo Corvino ha definito Gandelman un “assaltatore” e la definizione racchiude perfettamente il suo ruolo potenziale all’interno del sistema: un centrocampista di inserimento, abile nell’attaccare l’area senza palla, forte nel gioco aereo e utile nell’occupazione della trequarti offensiva.
Non un trequartista classico, dunque, ma un profilo dinamico capace di dare profondità, riempire l’area sui cross e creare densità offensiva nelle fasi di sviluppo laterale. La sua presenza consente al Lecce di accorciare le distanze tra i reparti, offrendo una soluzione verticale e una seconda presenza offensiva stabile a supporto del centravanti.
Ecco perché il Lecce, nel giro di pochi mesi, ha nuovamente mutato il proprio assetto, imparando a costruire sia a quattro sia a tre in base ai momenti della gara e alle caratteristiche dell’avversario. Una squadra più elastica, meno rigida nei principi iniziali e più attenta agli equilibri situazionali. Da qui sono arrivati punti importanti contro l’Udinese e il Cagliari, frutto di un sistema progressivamente più equilibrato e consapevole.
Il tempo resta il fattore chiave per giudicare le sorti di una squadra. Umore, passione e paura non possono — e non devono — influenzare la lettura dei momenti di una stagione, soprattutto a gennaio. Il Lecce ha avuto difficoltà, ed è innegabile. Probabilmente ne avrà ancora, perché i processi di crescita sono raramente lineari. Tuttavia, ogni singolo professionista possiede competenze elevate, non frutto dell'improvvisazione.
Al tifoso spetta il compito più autentico: sostenere, tifare e lottare sugli spalti di ogni stadio. Al resto, come sempre, penseranno gli addetti ai lavori.
Autore: Stefano Sozzo / Twitter: @stesozzo
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